Test di qso via satellite
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Ho sempre pensato che il cielo fosse un libro aperto, pieno di storie che aspettano solo di essere ascoltate. Basta tendere un orecchio elettronico verso l’alto. Così, armato di entusiasmo e di una modesta dotazione – una chiavetta SDR economica e una buona antenna Diamond X50 – ho puntato tutto verso l’alto, verso quel brulichio invisibile di satelliti che orbitano sopra le nostre teste.
Il software era Skyroof, versione 1.28. L’interfaccia sembrava promettente, una mappa del cielo in tempo reale attraversata dalle traiettorie di decine di oggetti. Ho sintonizzato la frequenza, ho calibrato, ho aspettato. L’antenna, fissa, guardava immobile un punto del firmamento mentre i bersagli le sfrecciavano accanto.
E poi, il suono. O meglio, ciò che doveva essere un suono.
Non c’è stato il cristallino fischio del segnale meteorologico, né la pulita trasmissione di un satellite per immagini. Quello che è uscito dagli altoparlanti è stato un respiro elettronico distorto, un sibilo tagliato da scoppi di interferenza. Un’immagine, quando è arrivata, era poco più di una macchia grigia su uno sfondo nero, sgranata, illeggibile. Il satellite era passato, veloce e indifferente, e la mia antenna fissa aveva colto solo un frammento del suo passaggio, come cercare di leggere un cartello stradale da un treno in corsa senza voltare la testa.
I risultati, lo ammetto, sono stati abbastanza deludenti.
Sul monitor, le linee colorate delle orbite sembravano promesse non mantenute. Ogni tentativo si concludeva con lo stesso, umiliante fruscio. Realizzai allora la differenza abissale tra l’ascoltare e l’*inseguire*. Senza quella meccanica precisa che punta l’antenna, che segue l’oggetto nel suo arco celeste come un cacciatore segue la preda, ero solo un pescatore con una canna fissa in un oceano in tempesta, che spera che un pesce decida di nuotargli esattamente davanti all’amo.
Ma in quel fruscio, in quella delusione, c’era una lezione. Non era il silenzio. Era il suono della distanza, della velocità, della fisica che si rifiutava di essere domata con mezzi troppo semplici. Era il cielo che sussurrava: «Mi servono più attenzione di così».
Spensi tutto. La stanza tornò silenziosa, ma nella mia testa risuonava ancora quel sibilo. Non era il segnale che volevo, ma era comunque un messaggio. Il messaggio che la meraviglia non si consegna a buon mercato, e che a volte, per ascoltare davvero le storie dell’universo, bisogna imparare a ballare la sua stessa, veloce danza orbitale.
Forse la prossima volta proverò con un rotore. Forse. Per ora, guardo l’antenna immobile contro il chiarore della finestra. Anche se deludente, quella mattina mi ha regalato qualcosa: il rispetto per la complessità del cielo e la voglia di provare ancora, con più umiltà e una migliore attrezzatura. La caccia, dopotutto, è appena iniziata.
Prove in fonia, di collegamenti via satellite.
Si stava valutando il doppler come gestirlo con i vari programmi in uso comune: orbitron, pstrotator.....
IK1DOC IK1YRC RS44 1 6 2021 2100
DL5FAB IK1YRC CAS 6 1 6 2021 2100
F4DXV IK1YRC RS44 3 6 2021 1523UTC
IK1YRC_IK1DOC_CAS4A_432021_2026
RN6BW_IK1YRC_RS44_342021_848