| Unione Europea | Repubblica Italiana | Regione Marche | Provincia di Macerata | | Comune di Caldarola |


ABITANTI: 1.705
ALTEZZA s.l.m. mt. 314
SUPERFICIE: Km2 29,08
C.A.P: 62020
DISTANZA DA MACERATA: Km 30
PREFISSO TELEFONICO: 0733
MUNICIPIO: 0733-905529 P.za Vittorio Emanuele
CARABINIERI: 0733-905113
POLIZIA MUNICIPALE: 0733-905351
POSTE ITALIANE: 0733-905843
POSTO TELEFONO PUBBLICO: Albergo Ristorante Comunale Via xxiv Maggio Tel.0733-905325
                                                             Orario: feriale 08:30 ÷ 12:30 – 15:00 ÷ 19:00
                                                                       festivo 08:30 ÷ 12:30

INFORMAZIONI TURISTICHE: Tel. 0733-905529
http://www.caldarola.sinp.net
E-mail: com[email protected]

FRAZIONI: Croce, Vestignano, Valcimarra, Pievefavera

CALENDARIO DELLE MANIFESTAZIONI:
Giugno:
Convegno Internazionale dell'Esoterismo la Sibilla Appenninica"
Luglio: Gran Fondo dei Sibillini
Agosto: Giostra de Le Castella
Agosto-Settembre:  Rassegna Musicale dei Giovani Diplomati (Teatro Comunale)
Dicembre: Presepe Vivente a Pievefavera


Caldarola deve il suo nome con molta probabilità, al termine latino "calidarium" con la quale si indicava la "stanza con la vasca di acqua calda" delle terme (la zona sarebbe stata infatti ricca di acque solfuree).
La tradizione locale fa risalire le origini del paese al IV secolo d.C., quando un gruppo di cristiani, sfuggiti alle persecuzioni, giunto sul "Colle del Cuculo" (Colcù) edificò un primitivo centro urbano. Con maggiore probabilità il centro caldarolese è sorto, come villaggio rurale, ai piedi di una torre di difesa longobarda o bizantina in epoca precedente al IX-X secolo.
Al termine del XII secolo la vicenda caldarolese si inserisce nella lotta tra il Papato e l'Impero. I Pontefici per assicurarsi la fedeltà di Camerino, infatti, concessero in feudo il territorio di Caldarola allo stato Camerte. Solo agli inizi del '400 il paese riuscì ad ottenere l'indipendenza sancita dalla Bolla di emancipazione di Eugenio IV (1434). La grande fioritura si ebbe però nel pieno '500 ad opera della famiglia dei Conti Pallotta ed in particolare dei Cardinale Evangelista, il quale, divenuto prefetto della fabbrica di San Pietro sotto il pontificato di Sisto V, ingrandì ed abbellì il castello di famiglia e trasformò radicalmente il centro urbano che, da modesto castrum medievale, divenne una spaziosa cittadina rinascimentale. La trasformazione urbana di Caldarola avvenne dalla fine del '500 ai primi decenni del '600. Abbattute le antiche mura che racchiudevano il "castrum" medievale, sistemò la piazza principale con la costruzione del Palazzo dei Cardinali, della Collegiata di San Martino, con le nuove strade (perpendicolari alla piazza, con struttura a tridente). L'impianto urbano assunse un aspetto razionale e moderno, secondo i dettami voluti dall'urbanistica sistina. Il Cardinale Evangelista Pallotta volle così imprimere un volto nuovo al suo paese d'origine ed inviò a Pian di Gea l'area più adatta per l'edificazione di case destinate alle attività artigianali (nove case dei "lanaioli" e dei "setaioli" - Via Durante), mentre nelle vicinanze della piazza edificò il Palazzo dei Priori ed il Palazzo del Podestà (Via Pallotta). Si deve a lui anche la riorganizzazione dell'area attorno alla nuova chiesa di San
Gregorio, la sistemazione del Borgo Fiorenzuola per i lavori di pellami, la ristrutturazione dell'ospedale dell'Annunziata, l'edificazione dell'ospedale e della chiesa di San Rocco. La diretta soggezione alla Chiesa dei comune di Caldarola perdurò fino al 1799, anno in cui il dominio pontificio fu abbattuto dalla rivoluzione francese. Terminata la parentesi "napoleonica", il paese ritornò allo Stato Pontificio fino al 1861, anno in cui la terra marchigiana venne annessa al Regno d'Italia.
Museo Civico:
Situato negli imponenti sotterranei del cinquecentesco Palazzo del Podestà è attualmente diviso in due sezioni, entrambe legate alla storia del paese: la prima è, infatti, dedicata agli studi artistici architettonici dell'assetto urbanistico sistino di Caldarola stessa; la seconda, molto più ampia, ospita opere di artisti contemporanei di fama internazionale sul tema della Resistenza e dell'Olocausto degli Ebrei durante la seconda Guerra Mondiale. Il compendio delle opere pittoriche, scultoree e grafiche sinora giunte al Museo offre la possibilità di poter apprezzare una grande raccolta d'arte, che è anche un nuovo patrimonio artistico e storico non solo di questo piccolo comune marchigiano, ma anche dell'intera umanità che può trovarvi un'ampia documentazione di quel tragico periodo storico da cui è scaturito il riscatto civile della società contemporanea. Tra le 200 opere in mostra si possono ammirare quadri di 

Renato Guttuso, Aligi Sasso, Eva Fisher, Ernesto Treccani, Ennio Calabrio... e sculture di Umberto Mastroianni, Valeriano Trubiani, Cascella...
Teatro Comunale:
Costruito all'interno dei cinquecentesco Palazzo dei Podestà agli inizi dell'800 con una struttura in legno di 22 palchetti, venne completamente ristrutturato ed allargato nel 1906 secondo i canoni artistici di quegli anni.
Dopo il crollo dei soffitto, alla fine degli anni '50, il Teatro è risorto alla bellezza nel 1985. Il soffitto e l'ingresso sono stati affrescati rispettivamente dagli allievi dell'accademia delle Belle Arti di Macerata e da Mercorelli Fabrizio e Cavicchiola Maurizio, con la figurazione delle 4 Stagioni e la rappresentazione dei castelli Caldarolesi. Ogni anno il Teatro ospita compagnie di fama nazionale (ha visto calcare le scene tra l'altro, da Salvo Randone, Lina Sastri, Flavio Bucci) e compagnie dialettali dell'alto maceratese; nonché concerti di musica jazz. Nel mese di settembre vi si svolge la "Rassegna Nazionale dei Giovani Diplomati" dei Conservatori di tutt'italia.
Stanza del Paradíso:
Così denominata per le scene raffigurate dagli affreschi, dedicate all'arte venatoria (paradisòs, in greco indica appunto il giardino, il luogo della caccia), questa stanza è un piccolo gioiello incastonato all'interno del Palazzo dei Cardinali Pallotta. Le scene di caccia, animate da cavalli impennati, levrieri, cacciatori, cinghiali, struzzi, orsi e tori, racchiudono un paesaggio esotico ed immettono in un mondo lirico, di sapore arcadico.
I petti nudi e le figurazioni del soffitto ci riportano al clima classicistico rinascimentale e sottolineano l'amore per l'arte del Cardinale Evangelista che adibì questa stanza a suo studio privato. Malgrado gli storici Caldarolesi attribuiscano gli affreschi a Simone de Magistris, i critici sono oggi più propensi a pensare che l'opera appartenga alla mano di un pittore di grido, appositamente fatto venire da Roma di cui non si hanno altre notizie.
Cappella del Rosario:
Ali interno della Chiesa di San Gregorio è possibile ammirare uno dei pochi esempi al mondo di arte liberty a tema religioso: la Cappella dei Misteri del Rosario (1918) di Augusto Mussini (fra' Paolo), che fa da corona al quadro di Andrea de Magistris e Durante Nobili dedicato appunto alla Vergine del Rosario.
Incorniciano gli angoli e la volta ghirlande di rose che partono da anfore antiche, simboli del passaggio tra l'Antico e il Nuovo Testamento e dunque, del cammino dell'umanità verso la salvezza.
Castello Pallotta:
Il Castello Pallotta dà un volto indimenticabile a tutto il paese di Caldarola: dall'alto del colle si impone con l'armonia di una costruzione rinascimentale, che ha preso il posto delle modeste abitazioni dove una volta aveva dominato il castrum feudale. Non si hanno notizie certe sulla nascita di questo castello, nel quale si entra attraverso Porta Camerte, chiusa da un massiccio portone. Superato il primo cortile con cammino di ronda, saracinesca per la chiusura dell'entrata e relativa caditoia ci si trova in un atrio piuttosto buio; nel vestibolo di sinistra si può ammirare l'affresco del 1485. Dall'atrio si passa nella sala delle carrozze, delle selierie e delle armi. Attraverso il ponte levatoio si entra nel parco, dove giganteggia uno dei pini più antichi della regione. Nel piano nobile, tra le numerose sale, completamente ammobiliate, si distingue la sala da pranzo, nella quale è conservata una ricca collezione di ceramiche del '700 e di cristalli di Boemia.

 

Testi e foto per gentile concessione di Progetto Italia s.r.l -Cagli (PS) Tel. 0721-781693

Impaginatura a cura di IK6COX Zeno Della Ceca

BACK Diploma Castelli Italiani prov. Macerata

 

22/12/02 - Passeggiata nel parco del castello Pallotta
 di Eno Santecchia

Percorrendo via Falerense, che da Caldarola (MC) conduce nel Piceno, troviamo la casa di guardia del castello Pallotta. Varcato il massiccio portone della porta Orientale, guardando in alto, si può ammirare un bel solaio con la travatura a raggiera. Un tempo qui transitavano le carrozze, ora la porta è usata solo per i veicoli; i visitatori accedono dalla porta Camerte (o Montana) situata più in alto nel vecchio borgo. Tutto il castello è stato interessato dagli energici lavori di restauro ad opera del conte Desiderio Pallotta, che si svolsero negli anni tra il 1885 e il 1920.
Percorrendo l’ombroso vialetto in salita, che conduce all’interno del maniero, uno dei primi alberi con targa descrittiva che si incontra è un piccolo ciliegio (Prunus avium) che mi ricorda le arrampicate giovanili, ora non più in voga.
L’acero (Acer campestris) veniva usato nelle nostre zone come sostegno alle viti e il suo legno serviva anche per costruire attrezzi agricoli e calci dei fucili.
L’olmo montano (Ulmus glabra) mi ricorda quello campestre (Ulmus campestris), albero tradizionale del paesaggio agrario italiano, ormai quasi scomparso a causa di una malattia diffusasi velocemente qualche anno fa. Le sue foglie erano molto gradite ai bovini, il legno pregiato e di facile lavorazione aveva la peculiarità di non rilasciare cattivi sapori agli alimenti; veniva quindi largamente utilizzato in cucina per madie, mestoli, tavole per impastare le tagliatelle e tavole per servire la polenta.
Non mi lascio ingannare dalle spine della robinia (Robinia pseudoacacia), che a maggio ci rallegra con odorosi fiori color bianco e giallo ricchi di nettare: il miele d’acacia è tra i migliori.
Camminando lungo il tranquillo viale incontriamo un alto bagolaro (Celtis australis) chiamato anche spaccasassi per la forza delle radici; il suo legno si usava anche per costruire le ruote dei carri, basti e stanghe per carrozze. Il bagolaro è un albero frugale e ben adattato alla vita in città: non soffre molto per la presenza di asfalto e resiste bene all’inquinamento.
Passando davanti all’agrifoglio (Ilex aquifolium) dalle pungenti foglie, il pensiero corre velocemente al vicino Natale; infatti i suoi rametti sono usati per addobbi e decorazioni natalizie.
Un austero e longilineo cipresso (Cupressus sempervirens) ci ricorda che la vita prosegue nell’aldilà, ne ho visti anche nei pressi di cimiteri mussulmani. Esso proviene dall’Oriente, sembra da Cipro, ed è resistente alla siccità, ma da circa mezzo secolo è minacciato da un fungo parassita.
C’è anche una Roverella (Quercus pubescens), regina delle nostre zone. Gli antichi Celti consideravano la quercia un albero sacro. La forza del suo legno è stata però anche la sua debolezza: nei secoli passati, in Europa, vaste foreste di querce sono state tagliate per costruire il fasciame delle navi e in seguito per le traversine ferroviarie. Come quasi tutte le specie arboree qui segnalate, da qualche anno anch’essa è protetta da una legge regionale.
Il leccio (Quercus ilex) o quercia sempre verde si trova in genere al di sotto degli 800 metri di quota; del resto con la sua grande chioma non resisterebbe al peso di abbondanti nevicate.
L’ippocastano (Aesculus hippocastanum) è chiamato così poiché le sue castagne venivano usate per curare le difficoltà respiratorie dei cavalli. A Istanbul, nel giardino del palazzo imperiale di Topkapi, ve ne sono di veramente grandi.
Arrivati nei pressi delle torrette del lato sud-est, che ricordano i castelli della Loira, s’incontra un giovane, ma già robusto cedro (Cedrus deodora). E’ detto anche “albero degli dei” poiché il suo legno, resistente ai parassiti, veniva impiegato nella costruzione di templi, palazzi e sarcofaghi delle mummie.
Giunti nei pressi del ponte levatoio, il cammino è sbarrato dal pino domestico (Pinus pinea) più vecchio delle Marche: la sua alta e un po’ sfoltita chioma si vede a qualche chilometro di distanza. Il pino sovrasta tutti come un patriarca; si può concedere questa orgogliosa superiorità avendo visto sgretolare parecchi muri dai terremoti che nei secoli hanno colpito la zona! Il pino fu messo a dimora nel 1598 in occasione della visita di Clemente VIII, il Pontefice che, due anni dopo, non fece nulla per salvare Giordano Bruno dal rogo.
Il pino, la cui circonferenza del tronco e di m. 3,70, è citato con foto nel volume “Il Patrimonio Vegetale delle Marche”, edito dalla Regione Marche, nonché nel “Marche Cinquanta Alberi da Salvare” di Valido Capodarca, Vallecchi editore. Quest’ultimo interessante testo (anche se dalla grafica un po’ datata) ci guida passo passo alla scoperta degli alberi secolari della nostra regione.
Oltrepassato il ponte levatoio, funzionante ancora come un volta con leve e carrucole, un tasso (Taxus baccata) di circa 550 anni tiene buona compagnia al pino; è più vecchio, ma non se ne vanta!
Il castello Pallotta è segnalato, tra l’altro, anche al seguente indirizzo Internet: http://www.museionline.it/museimarche/ . L’interessante sito, patrocinato dal ministero dei Beni Culturali, consente di trovare facilmente in Italia musei, mostre eventi culturali, artistici ed altre notizie utili.
La passeggiata è terminata: l’aria ossigenata e l’intenso verde di questi alberi mi hanno rilassato e ritemprato più che uno sperduto bosco, poiché la presenza umana non è lontana. In città è importante avere a disposizione degli spazi verdi!


Copyright © 2002 Eno Santecchia
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30/10/00 - Alberi secolari - Il Tasso racconta
di Eno Santecchia

 

Lungo la statale 502 (Jesi - Pian di Pieca), a Caldarola (MC), appena attraversata piazza Vittorio Emanuele dove ha sede il Palazzo Pallotta (ora in restauro), in direzione Ascoli Piceno, sulla sinistra troviamo un bel Cedro dell'Himalaya (Cedrus deodara) messo a dimora i primi anni trenta del secolo scorso in ricordo di Arnaldo Mussolini.

Di fronte a quest’albero, che sembra di vedetta, vi è il portale della casa di guardia. Si tratta della porta principale d’ingresso al castello dei Conti Pallotta della Torre del Parco. Entrati, ci s’immerge subito nella folta vegetazione di cespugli mediterranei e alti alberi quali: cedri, bagolari, roverelle, lecci, agrifogli, acacie, aceri e olmi montani scampati alla grafiosi dell’olmo, malattia che ha distrutto quasi tutti gli olmi delle campagne vicine.Percorrendo un vialetto ameno e ben tenuto, che si snoda in salita nel parco, ci troviamo di fronte un imponente pino da pinoli (Pinus pinea) che svetta verso il cielo.

L’albero fu piantato nel 1598 in ricordo della visita del papa Clemente VIII, ora è uno dei più vecchi delle Marche.
Questo gigante non nasconde l’ambizione di volersi avvicinare alle nuvole e non ha nemmeno paura di cedere all’azione del vento: si sente forte perché riparato dalle mura castellane. Poco più avanti troviamo il ponte levatoio azionato da un sistema di leve e carrucole ancora funzionante, mediante il quale si accede alla parte interna del castello Pallotta. Il maniero, costruito intorno all’anno 875, ha cambiato vari proprietari ed è stato restaurato nel 1400 ed in epoche successive. A pochi metri, lungo un muretto di contenimento, s’innalza un longevo albero di tasso (Taxus baccata).
La sua nascita risale intorno al 1450, furono anni significativi quelli! Poco prima nel 1445, in Germania, Giovanni Gutemberg stampò la Bibbia, primo libro in Europa. Poco dopo nel 1453 la città di Costantinopoli cadde sotto il dominio dei Turchi. Iniziò così l’era moderna. Nell’antichità il legno del Tasso, a grana finissima duro ma elastico, veniva usato per la fabbricazione di archi e frecce. I semi, molto graditi agli uccelli, contengono un alcaloide velenoso, la tassina.
Il suo tronco reca i dolorosi segni del tempo: infatti, è in parte cavo e, per evitare le spaccature, è stato rinforzato in muratura. L'albero ha una fitta chioma piramidale di un bel verde profondo e impenetrabile come se volesse nascondere qualche segreto. Così è. Si racconta che alla contessa Maddalena fu preparata una tisana fatta con le bacche del tasso divenute nere. La nobildonna fu vittima di qualche intrigo di palazzo originato forse da pretese ereditarie o altri disaccordi. Corre voce che, il suo fantasma senza pace ancora oggi per non aver ottenuto giustizia, in certe notti, si aggiri nelle numerose stanze del castello.
L’albero di Tasso, se potesse parlare, chissà quante vicende storiche e di vita quotidiana ci racconterebbe! Quante volte, passato un temporale, insieme al vicino pino ben più alto, avranno tirato un sospiro di sollievo, felici di aver evitato qualche fulmine che si era scaricato a terra con rumoroso schianto. Avranno visto armigeri affrettarsi sui camminamenti per difendersi dall’attacco di mercenari o di soldati nemici, graziose dame e galanti messeri diretti ai ricevimenti tenuti negli ampi saloni del castello, lussuose carrozze trainate da cavalli perfettamente bardati con a bordo alti prelati diretti a Roma. Più comuni, speriamo siano state le scene d’innamorati che, al chiaro di luna, si scambiavano promesse d’amore guardandosi negli occhi, troppo presi per accorgersi del volo leggero come un soffio di un candido barbagianni, dell’andirivieni frettoloso degli scoiattoli in cerca di cibo o avvertire l’impercettibile caduta degli aghi delle conifere.



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