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PARLANO LE VIE
Le vie e le piazze che fanno da scenario al passaggio della Macchina sono legate a questo meraviglioso spettacolo da episodi e ricordi lieti o drammatici, riferiti a diversi momenti di una storia plurisecolare. Riandare col pensiero alle vicende dei passato è come sentire i luoghi dei centro cittadino che la Macchina tocca nel suo percorso parlarci di ciò che hanno visto in quelle sere dei 3 settembre che fra tutte le altre rese uguali dalla regolarità dei passaggio - sono rimaste loro particolarmente impresse per il verificarsi di un fatto imprevisto o eccezionale.
Tra questi ricordi si collocano al primo posto le variazioni di percorso che talvolta, per differenti motivi, si sono rese necessarie: riduzioni, prolungamenti, deviazioni più o meno sensibili rispetto al tracciato abituale, considerati tutti eccezione ad una regola solidamente affermata, proprio per la loro scarsa frequenza.
Ad esempio, la sostanziale impraticabilità della salita che conduce al Santuario costringeva inizialmente a concludere il trasporto dinanzi a S. Rosa Dipinta: all'immagine della Santa, cioè collocata ai piedi della salita stessa, dove ora c'è Piazza Verdi; ed il prolungamento fu reso possibile da adeguate opere di sistemazione della strada. Molto più vicino a noi nel tempo è, invece, lo spostamento della mossa a Piazza Fontana Grande: è accaduto negli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale, allorché tutta la zona fra questa piazza e Porta Romana era stata ridotta ad un immenso, tragico cumulo di macerie dai martellanti attacchi aerei angloamericani degli ultimi giorni del maggio 1944.
Sono queste, forse, le modifiche di percorso più note ed evidenti nella storia della Macchina, ma non le sole. Ne abbiamo altri due esempi intorno alla metà dei secolo scorso, quando - in attuazione di un'iniziativa dei cardinale Pianetti, allora vescovo di Viterbo, che aveva promosso una pubblica sottoscrizione, integrandola ampiamente con elargizioni personali - si procedette ad una completa ricostruzione della chiesa della Santa, che il presule aveva definito angusta e sconveniente. Negli anni 1845-46 i lavori per il rifacimento dei Santuario (e in particolare quelli per la costruzione della nuova facciata, eseguiti interamente a spese dei porporato) rendevano inagibile, oltre all'interno della chiesa, l'antistante piazzale, e pertanto si pensò di deviare il percorso verso Piazza della Rocca. Qui, infatti, esso si concluse nel 1845, ma evidentemente il cammino per raggiungerla parve troppo lungo, o (più probabilmente) troppo dura la salita che ne costituiva l'ultimo tratto, poiché l'anno seguente l'arrivo venne spostato nella piazzetta situata all'inizio della salita stessa, chiamata ancora oggi dai viterbesi, per antica tradizione, dell'Oca.
Un'ultima e più recente deviazione - ma si potrebbe più propriamente parlare di un'aggiunta - venne effettuata nel 1952, in concomitanza con il trasporto inaugurale della prima Macchina concepita e realizzata nel dopoguerra, quella di Salcini e Coccia, la quale, giunta in Piazza Verdi, prima di affrontare la salita conclusiva, percorse nei due sensi Via Marconi, con una fermata al Piazzale dei Sacrario. La modifica era motivata dall'intento di offrire ad un maggior numero di persone la possibilità di assistere allo spettacolo, dato il maggiore spazio che questa parte nuova dei centro cittadino offre rispetto alle anguste vie dei percorso abituale. Tuttavia l'esperimento - su cui anche molti facchini espressero parere sfavorevole, per il notevole aggravio di fatica che l'allungamento dei tracciato determinava, con l'inserimento di due tratte la cui lunghezza, inoltre, risultava maggiore delle singole altre - dette luogo a varie polemiche, soprattutto per la diffusa opinione che la suggestione della Macchina è legata in gran parte all'ambiente, e vien meno se essa è trasferita in una via larga e moderna. Questo discorso è stato più volte ripreso negli ultimi trent'anni, dando luogo nella stampa cittadina ad interventi e discussioni talora vivaci, ma finora ha visto prevalere nettamente i tradizionalisti, per cui il trasporto dei 1952 è rimasto un fatto isolato.
Accanto alle variazioni di percorso fanno notizia (per dirla in gergo giornalistico) le sospensioni o gli spostamenti in giorni diversi dal 3 settembre. Abbiamo già accennato, in proposito, alla novennale interruzione verificatasi tra il 1801 e il 1810, indubbiamente la più lunga nella storia della Macchina. Nel 1814, un concorso di circostanze, conclusosi con una drammatica nuovo ed originale modello caduta, impedì - dopo due successivi rinvii - il trasporto dei con cui un giovane studente di pittura, Domenico Costa, aveva vinto il concorso indetto dal Comune per quell'anno.
Ricorderemo, ancora, la sospensione che venne decretata nel 1823, in segno di lutto per la morte di Pio VII, avvenuta due settimane prima, quella dei 1884, decisa in seguito allo svilupparsi di una grave epidemia di colera e, nel nostro secolo, le due lunghe parentesi corrispondenti alle due guerre mondiali, dal 1915 al '17 e dal 1940 al '45.
La prima si concluse in anticipò sugli avvenimenti, perchéVirgilio Papini riuscì a convincere le autorità a far effettuare il trasporto nel settembre del 1918, sebbene la guerra non fosse ancora terminata: ... si disse - ricorda in proposito Orio Vergani in un suo articolo sul Campanile che cammina che il professore si era sognata Santa Rosa che si lamentava d'essere trascurata, e allora, a voce di popolo quasi, la città volle che il trofeo della Santa riapparisse per le vie, a garanzia della vittoria e della fine della guerra. Bisognò, allora, trovare ciuffi avventizi, o ciuffi della territoriale. Il professore, però, non ebbe altrettanta fortuna (troppo diverse, del resto, erano le circostanze!) nel 1944 con le autorità di occupazione angloamericane, le quali (c-me ricorda Sandro Vismara, che aveva cercato di dargli una mano in quest'opera di persuasione) giudicarono imprudente il trasporto di una guglia illuminata a 150 km. dalla Linea Gotica, sulla quale l'esercito germanico si opponeva ancora tenacemente alle truppe alleate. Le gravi ferite che la guerra aveva inferto al cuore della città resero impossibile l'effettuazione dei trasporto anche nel 1945, e pertanto per la ripresa bisognò attendere l'anno successivo.
Se, complessivamente, sono poche le volte in cui la Macchina non è passata (i viterbesi usano comunemente questo verso in senso assoluto, perché non ritengono necessario precisarlo con un complemento di luogo), altrettanto pochi sono gli spostamenti dalla data tradizionale, ed in genere appaiono determinati da gravi motivazioni. Dopo il primo rinvio di cui abbiamo notizia, che risale al 1686, per più di un secolo si svolge tutto regolarmente e si giunge al 1799, quando per la morte di Pio Vi (avvenuta il 29 agosto nell'esilio francese di Valence) il trasporto viene spostato al 27 ottobre. Nel 1867, invece, fu la coincidenza di varie cause a posticipare il trasporto di quasi tre mesi. Prima, infatti, il pericolo costituito da un inizio di epidemia di colera registrato a Roma, poi la minaccia portata alla città dall'avanzata di Garibaldi nella valle dei Tevere (un'azione militare che ebbe i suoi riflessi nella Tuscia in numerosi scontri, fra cui particolarmente accaniti quelli di Bagnoregio, di Farnese e di Viterbo) impedirono lo svolgimento della festa. Sembrava che ormai il trasporto per quell'anno fosse definitivamente compromesso. Si ebbe, invece, il recupero In extremis, per iniziativa dei comandate dei corpo di occupazione francese, capitato per caso dinanzi al capannone della Macchina mentre si stavano iniziando le operazioni di smontaggio: incuriosito ed interessato, si giovò della sua autorità per autorizzare il trasporto, annullando una precedente proibizione governativa. Pertanto, la sera dei 21 novembre, in condizioni meteorologiche sostanzialmente favorevoli (anche se non era più il solito dolce clima di fine estate), la Macchina - il quinto modello realizzato da Gaetano Spadini - poté passare, appagando l'aspettativa dei cittadini e suscitando l'ammirazione della guarnigione francese, che non aveva mai visto nulla di simile. Va ricordato per inciso che è la seconda volta che il trasporto può aver luogo con il determinante appoggio di un'autorità francese. Nel 1810, infatti, come già ricordato, era stato il barone Camillo de Tournon, prefetto del Dipartimento del Tevere, ad autorizzare la ripresa dopo una pausa di nove anni.
La storia della Macchina registra altri tre rinvii, dovuti ad avverse condizioni atmosferiche. Oltre al grave disagio che la pioggia rappresenta non solo per i facchini, ma anche (e forse più) per gli spettatori, va tenuto presente che, data l'altezza della costruzione, se la forza del vento supera un certo limite non sussistono più le necessarie condizioni di sicurezza. E' quest'ultimo motivo, infatti, che consiglia, nel 1878, lo spostamento di due giorni, mentre quindici anni dopo è di scena la pioggia: una pioggia capitata a proposito, perché lungo il percorso alcuni anarchici avevano predisposto un attentato, con ordigni esplosivi che sembravano anticipare le attuali bottiglie Molotov. ... ancora un autentico nubifragio, abbattutosi sulla città il pomeriggio e la sera dei 3 settembre 1959, che fa rinviare al 7 settembre il trasporto inaugurale della Macchina di Angelo Paccosi: ma questa ormai è, si può dire, storia dei nostri giorni.
Come dicevamo all'inizio dei capitolo, ogni tratto dei percorso conserva il ricordo di qualche fatto, vicino o lontano nel tempo. La piazza su cui avviene la mossa offre, anzitutto, lo spunto ad alcune considerazioni sul motivo della scelta dei luogo e sul suo significato nel contesto dei culto per la Patrona della città. La presenza della statua della Santa sulla sommità di Porta Romana ricorda un lontano giorno d'inverno, esattamente dei dicembre 1250, in cui Rosa con la sua famigliola uscì dalla porta stessa diretta verso i Cimini nevosi, obbedendo al decreto di esilio promulgato dai magistrati dei Comune. Un'ulteriore connessione tra la Porta e Santa Rosa risale al 1799, quando la Macchina già vantava una lunga tradizione; è dell'agosto di quell'anno, infatti, il miracolo attribuito alla Santa nell'inattesa e positiva conclusione dell'attacco sferrato dalle truppe francesi proprio in quella parte della cinta muraria.
Al luogo ed al momento della mossa è legato anche il ricordo drammatico di tre cadute della Macchina: la prima, nel 1758, non compromette il trasporto, causando solo un ritardo nella partenza; la seconda, nel 1790, danneggia invece la costruzione in maniera irreparabile. Più grave di tutte, la terza (di cui è protagonista la già ricordata Macchina realizzata da Domenico Costa nel 1814) coinvolge alcuni dei facchini che non hanno avuto il tempo di mettersi in salvo, con il triste bilancio di due morti e vari feriti. Comunque il giovane costruttore, il cui progetto era stato molto ammirato per l'originalità della concezione e per l'eleganza delle linee, poté avere la sua rivincita allorché la visita a Viterbo di Pio VII indusse i magistrati cittadini a deliberare un trasporto straordinario, che ebbe luogo il 6 giugno dei 1815.
Fu un avvenimento eccezionale, volto a onorare quello che allora era il capo non solo della Chiesa, ma anche dello Stato.
Per trovare, nella storia successiva della Macchina, un fatto analogo dobbiamo giungere ad una data recentissima, il 9 luglio 1983, allorché il trasporto straordinario ha avuto lo scopo di solennizzare la concomitanza di due importanti ricorrenze religiose: il 750° anniversario della nascita di S. Rosa e l'Anno Santo indetto per commemorare i 1950 anni dalla Crocifissione.
Il più grave incidente legato alla storia della Macchina è senza dubbio quello avvenuto la sera dei 3 settembre 1801 nei pressi di Piazza Fontana Grande, dinanzi al palazzo Fani. Causa della tragedia fu il panico irragionevole sorto in seguito alle alte grida di una donna. Anche se le fonti sono sostanzialmente d'accordo sul fatto che la protagonista della vicenda (di cui ci sono stati tramandati il cognome, Sensi, ed il paese, Grotte S. Stefano) si mise a gridare perché vittima di un borseggio (o di un tentativo di borseggio), diverse sono le versioni sui particolari. Alcune testimonianze, infatti, si limitano a dire che essa, ad un certo punto, si accorse che le erano spariti alcuni gioielli; altre invece (ed è questa la versione riportata da Giuseppe Signorelli in Viterbo dal 1789 al 1870) parlano di una sua caduta, "causata, a quanto si disse, da alcuni borsaioli che avevano tentato derubarla"; e lo stesso autore, in un'opera scritta successivamente, Viterbo nella storia della Chiesa, afferma che l'incidente venne provocato "dall'esser precipitata da un palco sulla strada una donna". Comunque sia accaduto, le conseguenze furono terribili: nella corsa disperata ed irragionevole, con cui la folla che si accalcava in quel punto del percorso cercava scampo da non si sa quale pericolo, molti caddero e vennero travolti e calpestati. Secondo i rapporti ufficiali, vi furono ventidue morti, tra i quali quattro dei canonici della Cattedrale che, alla testa della processione, seguivano la Macchina. Il numero delle vittime sarebbe stato certo maggiore se - come osserva il Signorelli - i facchini non avessero retto per mezz'ora la macchina ferma sulle loro spalle. Si deve, quindi, alla calma ed alla fermezza d'animo, oltre che alla forza fisica, dei portatori se alla tragedia causata dalla paura non se ne aggiunse un'altra di ben più vaste proporzioni; e deve certo aver avuto una sua grandezza scena di quegli uomini immobili sotto il peso dell'alta torre luminosa, mentre intorno ad essi, come le onde di un mare in tempesta, si scatenava il tumulto della fuga, in un'atmosfera di terrore e di morte. E qui ebbero fine i momenti drammatici di quel trasporto particolarmente sfortunato. Infatti, non appena tornata una relativa calma e sgombrata la via dei cadaveri e dei feriti, la Macchina fu fatta ripartire, ma, giunta a Piazza delle Erbe, si sviluppò nelle sue strutture un incendio (di cui non si poté mai accertare la causa, anche se diverse furono le ipotesi prospettate), per cui, abbandonata dai facchini, finì completamente bruciata. Fu, quindi, una serie di circostanze avverse a congiurare contro la tradizionale manifestazione di fede dei viterbesi; ma la notizia impressionò profondamente Pio VII, il quale, nel disporre tassativamente che negli anni successivi il trasporto avvenisse di giorno, proibiva inoltre che la mole assumesse dimensioni pericolose. Queste disposizioni, di fatto, segnarono la sospensione per nove anni della Macchina, che venne sostituita da un semplice baldacchino con l'immagine della Santa, portato in processione nel tardo pomeriggio, muovendo non più da Porta Romana, ma dal Duomo. Ha origine, pertanto, una manifestazione religiosa diversa dal tradizionale trasporto e che conserverà la sua autonomia anche quando, nel 1810, la Macchina tornerà a passare per le vie cittadine, nell'ambito di una tradizione che - accanto al suo valore di testimonianza di fede popolare - conserverà unicamente il carattere folkloristico, scisso ormai dalla cerimonia religiosa propriamente detta. Alla decisione di separare questi due aspetti della manifestazione non deve essere stato estraneo il drammatico ricordo dei quattro canonici morti nell'incidente dei 1801.
Una tragica memoria, quindi, quella legata al tratto di Via Garibaldi che sbocca sulla Piazza Fontana Grande; ed alla stessa vicenda è connessa come abbiamo già detto - l'istituzione nel 1810 della fermata sulla piazza, al cospetto della famosa Fons Sepalis, indubbiamente la più bella fra le numerose fontane della città, autentico vanto dell'architettura locale dei Duecento, tanto che i viterbesi ne avevano giustificato il nome latino con la derivazione etimologica da sine pari, senza uguale. E proprio lo sforzo compiuto nel puntare i piedi contro la colonnetta d'angolo della fontana, appoggiandovisi con tutto il peso del corpo per correggere una pericolosa deviazione della direttrice di marcia, fu fatale nel 1926 al ciuffo Nazzareno Bentivoglio, che, colto da un attacco cardiaco appena uscito di sotto la Macchina per la sosta, morì durante il trasporto all'ospedale.
Un altro momento drammatico - che riguarda un anno ancora più vicino a noi - è ricordato dal tratto inferiore di Via Cavour. E' qui che, nel 1967, si verificò il fermo dei Volo d'angeli di Giuseppe Zucchi, alla sua prima uscita: una vicenda di cui si occuparono a lungo le cronache cittadine, per le vivaci polemiche cui dette origine. Sulle cause che spinsero i facchini ad interrompere la marcia poche decine di metri prima di giungere a Piazza dei Comune sono state avanzate varie ipotesi, come lo sbandamento determinato dalla contemporanea immissione nel gruppo di un troppo elevato numero di elementi nuovi, e perciò inesperti, oppure - affermazione recisamente contestata dal costruttore - il rivelarsi alla prova dei fatti, nella costruzione, di imprevisti problemi di peso e di stabilità. Zucchi, nel libro in cui rievoca le vicende della sua Macchina, annovera altri motivi di turbamento dei delicato equilibrio del trasporto: lo scambio di posti arbitrariamente effettuato da qualche facchino prima della partenza, con grave pregiudizio per la stabilità della mole (basata, come si è detto, anche sul rapporto di altezza tra i singoli portatori); l'altrettanto arbitrario allontanamento di alcuni di essi dopo la prima fermata, forse impressionati dalle accollate che già più volte avevano fatto inclinare la Macchina sull'angolo anteriore destro; infine, l'insorgere di una autentica psicosi, considerata fattore determinante nei rifiuto dei facchini a proseguire la marcia fino all'ormai vicina fermata di Piazza del Comune.
Il fermo indusse anche all'instaurazione di un più severo controllo sia sulla stabilità della costruzione - attuato mediante il trasporto della sola armatura, adeguatamente zavorrata, in due successive prove effettuate nelle prime ore dei mattino dei 14 e dei 21 luglio 1968 - sia sull'efficienza fisica dei facchini, per la cui prova di portata venne predisposta una cassetta contenente un quintale e mezzo di piombo, collocato in posizione instabile, per riprodurre nella maniera più aderente alla realtà le condizioni effettive dei trasporto. Zucchi - che dopo il fermo si era a lungo adoperato per superare i numerosi ostacoli che si opponevano alla prosecuzione dei suo incarico - fu, tuttavia, ripagato dell'amara delusione dai consensi unanimi che, a partire dal 1968, salutarono il passaggio dei Volo d'angeli, la cui validità venne prorogata fino al 1978.
Se il primo tratto dei percorso rievoca quasi esclusivamente vicende drammatiche, diversi sono i ricordi che ci fa rivivere la Piazza dei Comune. Anche qui, è vero, si verificò nel 1776 una caduta, che però non ebbe gravi conseguenze.
Quindi, appare più degno di memoria il fatto che proprio da una finestra dei Palazzo dei Priori alcuni personaggi illustri hanno assistito al fantasmagorico spettacolo della discesa della Macchina, che, partita da Porta Romana, appare ad un tratto, come una visione irreale, all'angolo di Piazza Fontana Grande. ...questo il punto da cui la guarda Pio VII, per il quale viene effettuato il trasporto straordinario dei 6 giugno 1815. Alla stessa finestra si affacciarono Gregorio XVI (in onore dei quale il trasporto venne effettuato il 3 ottobre 1841) e Pio IX, che giunse in città proprio il 3 settembre 1857, recandosi la sera (e, ci ricorda il Signorelli, era con lui anche il cardinale Gioacchino Pecci, allora vescovo di Perugia, poi suo successore con il nome di Leone XIII) nel Palazzo Municipale illuminato all'esterno con fiaccole su elegante disegno gotico, per assistere al trasporto della macchina di S. Rosa; e vi tornò nella sera successiva, per godere dell'illuminazione della via farnesiana e del fuoco d'artificio, che s'incendiò in piazza Fontana Grande. Per rendere omaggio a questi due pontefici fu compiuto dai facchini un piccolo miracolo di equilibrio: la costruzione venne fatta inchinare lievemente in direzione dei palazzo. Molti anni dopo, il 3 settembre 1968, alla stessa finestra si affacciò un altro augusto spettatore: il re Gustavo VI Adolfo di Svezia, i cui soggiorni nella nostra provincia erano resi frequenti dal suo profondo interesse per l'etruscologia.
Sempre a Piazza dei Comune, Virgilio Papini appena all'inizio della sua carriera (era il 1899, e la Macchina da lui guidata era ancora l'ultimo modello costruito dal padre Paolo, scomparso due anni prima) visse un momento drammatico. Lo rievochiamo con le parole di Orio Vergani: Una volta la statua della Santa, che è librata a sedici metri di altezza, nell'ultima cella, prese fuoco. Era di cera, coi capelli di seta. Il cavaliere suda freddo soltanto a ricordarlo. Vide la fiammata. Pensò a una catastrofe. Ricordò che, per un piccolo incidente che aveva sparso il panico tra il pubblico che seguiva la Macchina erano morte, cent'anni prima, ventun persone. I capelli di seta bruciarono, la statua si disfece, nella sua cella di cartapesta. Ma le fiamme si spensero da sole senza che nessuno dovesse intervenire. Vergani trasse gli elementi per questo articolo, pubblicato nel 1936, da un'intervista a Virgilio Papini. Un'altra versione del fatto, invece, attribuisce al pompiere di servizio sulla Macchina il merito di aver evitato una catastrofe. Il resto del percorso - a parte il lato spettacolare di cui abbiamo già detto - non presenta fatti particolarmente degni di essere ricordati, se si fa eccezione per la caduta della prima Macchina di Angelo Papini, nel 1820, avvenuta dopo vari sbandamenti, nel tratto di Corso compreso fra il Palazzo Bussi e la chiesa di S. Egidio. Il Signorelli (che, come giustamente rileva Giorgio Falcioni in una sua ampia monografia, confonde questa caduta con quella avvenuta alla mossa nei 1814) affaccia l'ipotesi di uno squilibrio nelle proporzioni della costruzione; ma questa, nel trasporto straordinario dei giugno successivo, si rivela perfettamente equilibrata, e quindi sembra più attendibile la tesi secondo cui alcuni dei facchini avevano troppo copiosamente brindato alla riuscita dell'impresa, compromettendola così in maniera irrimediabile. Questi sono i più importanti ricordi che le vie e le piazze dei centro cittadino conservano di oltre tre secoli di passaggi della Macchina; ma accanto alle memorie ufficiali non c'è, si può dire, viterbese che non associ questo o quei punto dei percorso alla rievocazione di un proprio stato d'animo lieto o triste, di una vicenda personale che ha caratterizzato uno dei pochi o tanti tre settembre della sua vita trascorsa. E', questo, uno dei motivi (e, si potrebbe dire, il principale) per cui il trasporto può, indubbiamente, assumere un ruolo di attrazione turistica, in quanto ne ha tutti i requisiti, ma, nel loro intimo, i viterbesi lo considerano anzitutto come una cosa propria, e ne sentono il fascino ed il significato in maniera diversa dalla curiosità ammirata del forestiero, il quale potrà provare entusiasmo e meraviglia per l'inconsueto spettacolo, ma gli rimarrà sempre estranea la commozione che stringe il cuore e la gola anche a quei cittadini che non hanno troppa confidenza con i banchi delle chiese e gli inginocchiatoi dei confessionali.
Questa pagina è stata aggiornata il 15/03/98.