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Non si sa molto su Melazzo per quanto riguarda l'epoca romana se non che il territorio era percorso da un cunicolo che portava le acque del torrente Erro all'acquedotto romano di cui restano visibili tracce al Acqui Terme. Già alla fine del 1800 furono portati alla luce i resti di questo cunicolo, ma la ricostruzione del tracciato originale sta prendendo forma precisa grazie a recenti ritrovamenti. Nel 1872 vicino al Rio Caliogna furono scoperti resti di una necropoli con oggetti risalenti all'epoca romana e tracce di un antico selciato; furono ritrovate anche numerose tombe realizzate con embrici (tavole di cotto); di tutto ciò, purtroppo non rimane nulla.
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Resti dell'Acquedotto Romano
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Dall'atto di fondazione del Monastero di San Quintino di Spigno del 4 marzo 991 si apprende che ebbero possedimenti a Melazzo i vescovi di Milano e i marchesi del Monferrato. La nobile e potente famiglia dei conti di Acquesana ebbe la signoria di Melazzo; da essa nacque verso l'anno 1000 a Melazzo Guido, divenuto vescovo d'Acqui nel 1034 e morto nel 1070. Egli, che poi fu proclamato santo e protettore della città e diocesi di Acqui Terme, assegnò il feudo di Melazzo e di altre terre alla chiesa di Acqui. Tale possesso fu confermato dall'imperatore Enrico III nel 1039 e riconfermato nel 1052. Da un atto di successiva donazione risulta che il castello di Melazzo fu fatto costruire da Guido a su spese "nel vertice di un monticello a levante, ed a pochissima distanza dall'abitato". Mancano documenti per quanto riguarda il XII secolo. Il feudo di Melazzo passò poi dalla Chiesa d'Acqui al Comune per una progressiva decadenza del potere civile dei vescovi. Nel 1201 furono i consoli di Acqui ad investire del feudo di Melazzo i De Camera. Dopo non molto tempo i vescovi di Acqui rivendicarono però i loro diritti: nel 1234 Ottone, vescovo di Acqui, scomunicò il podestà di Acqui Azzone perché senza la sua autorizzazione si era impossessato del Castello di Melazzo e vi aveva compiuto atti giudiziari.
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Questi si rifiutò alla scadenza stabilita di restituire i possessi per cui scoppiò una controversia che terminò a favore del Vescovo, anche se ormai era assurdo parlare di rivendicazioni di diritti di investitura di Melazzo tra Comune e Vescovi, perché da tempo su entrambi era prevalsa l'autorità dei Marchesi del Monferrato, che ricevettero il feudo di Melazzo con annesso il castello di Montecrescente, posto su un promontorio sulla sponda sinistra dell'Erro. Quando a Moncalvo, capitale del Marchesato, nel 1379 fu riunito il Parlamento, i luoghi di Melazzo e Montecrescente furono considerati come un solo paese e vennero tassati per 25 fiorini. In seguito i due luoghi furono alternativamente separati e riuniti. Nel 1431 il Marchese di Monferrato, nemico di Filippo Maria Visconti, duca di Milano, inviò il suo capitano Francesco Sforza nel contado acquese e questi saccheggiò Melazzo. Sul finire del 1400 una spaventosa inondazione del Bormida distrusse parecchie case di una parte di questa zona. Nel 1500 troviamo signori a Melazzo la famiglia Falletti, da cui nacque Eleonora, poetessa tenuta in una certa considerazione nel suo secolo. Il feudo fu poi comprato per 8000 doppie da Ferdinando, duca di Mantova e Monferrato che lo rivendette per 9200 doppie a Gian Carlo ed Alessandro Gandolfi, marchesi di Melazzo e di Ricaldone, la cui famiglia era molto legata alla Casa Savoia. L'ultimo dei Gandolfi, Giuseppe Accellino, lasciò erede di tutte le sue proprietà in Melazzo libere da vincoli e tributi feudali la casa Roberti, che poi li rivendette. Nel 1773 il Marchese Gandolfi aveva avuto l'autorizzazione di alienare anche il feudo. Nel 1797 il castello e i beni furono acquistati dal conte G. B. Tarini per 95.513 lire. Degno di menzione il fatto che il conte Cesare Tarini nato nel 1822 a Melazzo, partecipò alla Iª Guerra di Indipendenza, fu ferito il 23 marzo 1849 nella battaglia di Novara e morì pochi giorni dopo.
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Più tardi i fratelli Arnaldi di Genova acquistarono il Castello di Melazzo e lo trasformarono in luogo di villeggiatura per gli allievi dell'istituto preparatorio alle scuole militari. Il castello, situato al centro del paese è ancor oggi luogo di vanto per gli abitanti. Percorrendo il viale d'accesso ci si trova di fronte ad un grosso torrione quadrato con piombatoie e merlature a protezione dell'ingresso. Possenti mura merlate sono ben conservate. All'interno una lapide ricorda che li trascorse gli ultimi anni della sua vita dal 1330 al 1333 Edoardo II Plantageneto, re d'Inghilterra. Si tratta forse di una leggenda, che contribuisce però a circondare di alone mitico il luogo. Vicino al castello si trova la chiesa parrocchiale, anticamente detta di Santa Croce, dedicata a San Bartolomeo, patrono del paese, e datata al 1759; interessanti sono le porte di stile barocco-piemontese.
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Corridoio interno del Castello
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All'interno vi sono alcune buone tele di Ivaldi detto il Muto ed una Madonna del Rosario attribuita a Guglielmo Caccia, detto il Moncalvo, pittore nato a Montabone, in provincia di Asti, nel 1565 e morto nel 1625. Vicino alla chiesa vi è l'oratorio di San Pietro martire, risalente al XIV secolo che presenta all'interno interessanti arredi di stile barocco-piemontese. In prossimità del cimitero vi è la Chiesa dell'Annunziata, risalente agli ultimi decenni del 1700.
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Nelle vicinanze del bivio che dalla statale Acqui-Sassello conduce a Melazzo, vi è la villa risalente alla fine del 1600 e inizi del 1700, detta il Quartino e appartenuta ai marchesi Scati dei conti Grimaldi del Progetto, Dama di Corte ed amica della regina Maria Adelaide. Un magnifico parco ricco di ombrosi viali e di secolari olmi e querce ed altre piante di rara bellezza, quali cedri del Libano, circondava la tenuta in un passato non molto lontano. Sempre nel territorio di Melazzo, sulla sponda sinistra dell'Erro, vi è un poggio chiamato Montecrescente dal quale si può ammirare uno splendido panorama.
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Sulla sommità si trova un antico castello con quattro torri che per somiglianza con l'immagine di un grande tino capovolto venne chiamato la Tinazza. Quest'opera di fortificazione fu eretta nel XIV secolo per sorvegliare lo sbocco delle valli Bormida e dell'Erro. Una leggenda narra che una galleria sotterranea la univa al castello di Melazzo per motivi di strategie militari. Poiché di tale costruzione restano solo i ruderi in stato di desolante abbandono, allo scopo di ricostruirla almeno nella nostra immaginazione è opportuno riportare ciò che il dottor Domenico De Alessandri scriveva sul finire del 1800 nella sua "Guida per il medico e per il balneante": "Esso non rivestiva carattere di abitazione, ma solo di opera difensiva, ove, come in un campo trincerato, potevano mettersi al sicuro le soldatesche sopraffatte da forze superiori in aperta campagna. Infatti il suo tracciato consta solamente del muro perimetrale in cui sono aperti due ordini di ferritoie, alle quali i difensori accedevano mediante impalcate, di cui si riconosce la struttura dai fori praticati nella muraglia per appoggiarvi le travi. L'arco sotto al quale attualmente si passa non è la porta di ingresso; esso era in origine interrato e costrutto per la fondazione dei muri; le erosioni prodotte dalle pioggie, e fors'anche una trincea aperta in qualche assedio, che la cronaca non ha registrato, lo misero allo scoperto. L'antica porta è nella faccia che guarda fra levante e mezzogiorno; vi si osserva l'incastro della saracinesca e le tracce del luogo uso del ponte levatoio. Accanto alla porta e sopra alla cisterna si riconosce l'impianto della scala che dava accesso alle impalcature. Va poi notato come il ciglio superiore del muro, coperto di lastroni che davano comodo passaggio ai difensori, non fosse merlato e nemmeno munito di piombatoie o barcani indispensabili alla difesa del piede della scarpa. Questo fatto, qualora non lo si voglia attribuire ad imperizia dell'architetto, potrebbe fare risalire la costruzione dell'edificio ad un'epoca anteriore all'invenzione di siffatti artifizi di guerra, cioè prima del secolo XI."
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Oltrepassando il ponte di ferro inaugurato nel maggio del 1888, si arriva ad Arzello, frazione di Melazzo, dove in località San Secondo si trova una chiesa romanica risalente all'XI secolo. Essa fa mostra di una bellissima abside semicircolare in conci di pietra locale e presenta tre monofore e un'unica navata.
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